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La tolleranza è una delle idee cardine della modernità europea.

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Luoghi domestici e contesti di vita quotidiana nel Medioevo

La stanza da letto, più ancora della cucina, era il cuore della casa medievale. Quella stanza non veniva condannata, come oggi, alla solitudine diurna ma, al contrario, anche con la luce continuava a essere vivacemente utilizzata: per pranzare, studiare, magari stando a letto e al caldo a ricevere persone in…

La stanza da letto, più ancora della cucina, era il cuore della casa medievale. Quella stanza non veniva condannata, come oggi, alla solitudine diurna ma, al contrario, anche con la luce continuava a essere vivacemente utilizzata: per pranzare, studiare, magari stando a letto e al caldo a ricevere persone in visita. Se si fosse stati re, dal «letto di giustizia» si potevano anche emettere sentenze e giudizi. Il freddo, le correnti d’aria erano percepiti come una presenza costante, quasi non venisse mai l’estate, perché i mezzi per ostacolarli erano ìmpari, anche se diversificati e ingegnosi: porte contro-vento, pedane e tappeti, cortine intorno ai letti, cuffie e papaline, coperte a strati e, per chi poteva, spesse…

La stanza da letto, più ancora della cucina, era il cuore della casa medievale. Quella stanza non veniva condannata, come oggi, alla solitudine diurna ma, al contrario, anche con la luce continuava a essere vivacemente utilizzata: per pranzare, studiare, magari stando a letto e al caldo a ricevere persone in visita. Se si fosse stati re, dal «letto di giustizia» si potevano anche emettere sentenze e giudizi. Il freddo, le correnti d’aria erano percepiti come una presenza costante, quasi non venisse mai l’estate, perché i mezzi per ostacolarli erano ìmpari, anche se diversificati e ingegnosi: porte contro-vento, pedane e tappeti, cortine intorno ai letti, cuffie e papaline, coperte a strati e, per chi poteva, spesse pellicce.

L’abilità degli artigiani era notevole, testimoniata dai bei mobili intagliati, scrittoi a più piani con leggii girevoli, letti di ogni foggia e culle di tanti tipi per dondolare il neonato e facilitargli il sonno. In effetti non doveva essere semplice per un bimbo addormentarsi, per l’infelicità in cui era piombato dal momento della nascita. Fasciato come una piccola mummia perché le ossa tenere non si storcessero – così si credeva – pieno di piaghe per non essere sufficientemente cambiato e lavato, sovente ammalato, era di solito anche privato delle carezze della mamma e affidato a una balia: una forma di infanticidio differito. Crescere era difficile per un bambino: alimentazione sbagliata, mancanza di igiene, disattenzione da parte degli adulti e, come non bastasse, il demonio sempre all’opera, a portare malattie, rapire e uccidere. L’infanzia era assai breve; i metodi didattici per insegnare a leggere e scrivere, gratificanti e inventivi finché domestici, diventavano assai duri quando alla mamma si sostituiva il maestro.

I giochi però, molti all’aperto, erano svariati e pieni di fantasia, perché i giocattoli veri e propri erano pochi. Anche d’inverno non si rimaneva a casa; era assai più divertente tirarsi le palle di neve, andare in slitta, pattinare, usando – al posto delle…

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Riflessioni epistemologiche sull'ambivalenza della modernità
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Profetismo e messianismo nella tradizione biblica ebraica
Uno dei tratti più tipici della tradizione giudaica è di porre il messia figlio di Giuseppe accanto al messia di ascendenza davidica. La presenza di due messia trova il proprio punto di riferimento biblico in un passo del libro di Zaccaria (4,14). Sotto altra veste compare a Qumran (cfr. 1…
Uno dei tratti più tipici della tradizione giudaica è di porre il messia figlio di Giuseppe accanto al messia di ascendenza davidica. La presenza di due messia trova il proprio punto di riferimento biblico in un passo del libro di Zaccaria (4,14). Sotto altra veste compare a Qumran (cfr. 1 QS 9,11; CD 12,23; 14,19; 20,1), dove accanto al messia laico, o messia d’Israele principe di tutta l’assemblea (1 QM 5,1; 1 QSb 5,20), che è rampollo di Davide (cfr. Commento a Is 4Q 161), vi è un altro messia, quello sacerdotale, discendente di Aronne, scrutatore della legge (CD 7,18), stella di Giacobbe (CD 7,19). All’epoca talmudica la pluralità di figure messianiche porta invece a…
Uno dei tratti più tipici della tradizione giudaica è di porre il messia figlio di Giuseppe accanto al messia di ascendenza davidica. La presenza di due messia trova il proprio punto di riferimento biblico in un passo del libro di Zaccaria (4,14). Sotto altra veste compare a Qumran (cfr. 1 QS 9,11; CD 12,23; 14,19; 20,1), dove accanto al messia laico, o messia d’Israele principe di tutta l’assemblea (1 QM 5,1; 1 QSb 5,20), che è rampollo di Davide (cfr. Commento a Is 4Q 161), vi è un altro messia, quello sacerdotale, discendente di Aronne, scrutatore della legge (CD 7,18), stella di Giacobbe (CD 7,19). All’epoca talmudica la pluralità di figure messianiche porta invece a presupporre, accanto al figlio di Davide, l’esistenza del figlio di Giuseppe. «Il figlio di Giuseppe fu messo a morte, come è scritto: “guarderanno a me che hanno trafitto e faranno lutto per lui come si fa per un unigenito” (Zc 12,10 secondo il testo masoretico)» (b. Sukkà 52a). La tradizione chiama questa figura anche “messia della guerra”, visto che combatterà le guerre di Gog e Magog (cfr. Ez 38-39). Alla fine verrà però ucciso da un antimessia chiamato Armilus (Romulus), a sua volta destinato a essere annientato dal vittorioso messia davidico. Gershom Scholem ha interpretato l’uccisione del figlio di Giuseppe come simbolo della “distruzione della storia”. È una posizione giustificata da una tesi di fondo: l’esistenza nel messianismo ebraico di due polarità contrastanti, una di carattere utopistico, l’altra tutta volta a sottolineare la componente catastrofica insita in ogni atto redentivo. È proprio quest’ultima a venir impersonificata dalla figura del figlio di Giuseppe (figura non a caso accantonata quando fu negata la presenza di una componente catastrofica insita nel messianismo). L’interpretazione proposta da Joseph Klausner vede invece nella figura del messia figlio di Giuseppe l’espressione del polo politico del messianismo ebraico, mentre il messia davidico rappresenta il polo spirituale collegato all’universale riconoscimento del monoteismo. Le modificazioni apportate dall’età messianica, stando alla visione tradizionale, non sono certo frutto di un processo di evoluzione storica. Per il giudaismo rabbinico esse non segnano affatto il collasso definitivo della storia,…

Lazzaro Mocenigo

Convittore
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Carlo Forciroli

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Alfonso Varano

Principe di Belle Lettere
1705-1788

Luigi Manzini

Maestro di disegno
1805-1866
Citazione del giorno

Ogni conoscenza storica si può rendere con l’immagine di una bilancia che sta in equilibrio: un piatto è carico di ciò che è stato, mentre l’altro è pieno della conoscenza del presente.

Ritratto del giorno

Giovanni Biondi

Rettore del Collegio San Carlo
?- 1847
Dal passato

La sede estiva del Collegio a Braida (Sassuolo)

inizio XX secolo
Le Pubblicazioni

I due volti del tempo

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Edizioni Dehoniane - Bologna, 2013
Il Patrimonio

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Fondazione San Carlo
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Filosofia e teatro

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Osservare l’antico per conoscere il moderno

Il tema del workshop dell’anno 2019 organizzato dalla Fondazione San Carlo con gli studenti delle scuole superiori è l’ambiente. I…

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Notizie da Bologna: Marcantonio Franceschini e il dipinto “disperso”

I Padri della Congregazione di San Carlo ci informano che è giunta con la posta del mattino una lettera da…
I Padri della Congregazione di San Carlo ci informano che è giunta con la posta del mattino una lettera da Bologna. Il mittente, il noto pittore Marcantonio Franceschini, rassicura circa lo stato dei lavori e conferma che sta procedendo nell’esecuzione del quadro commissionato ormai da tempo, ma i Padri vogliono vederci chiaro. Vediamo come si sono svolti i fatti. Circa due anni fa, il 23 novembre 1698, la Congregazione modenese aveva deciso di affidare il grande dipinto per l’altare maggiore della chiesa di San Carlo ad un pittore la cui qualità fosse all’altezza delle aspettative. Era stato quindi individuato proprio il pittore bolognese e si era deciso di chiedergli un’opera non ad affresco, da eseguire sul muro della chiesa, ma…
I Padri della Congregazione di San Carlo ci informano che è giunta con la posta del mattino una lettera da Bologna. Il mittente, il noto pittore Marcantonio Franceschini, rassicura circa lo stato dei lavori e conferma che sta procedendo nell’esecuzione del quadro commissionato ormai da tempo, ma i Padri vogliono vederci chiaro. Vediamo come si sono svolti i fatti. Circa due anni fa, il 23 novembre 1698, la Congregazione modenese aveva deciso di affidare il grande dipinto per l’altare maggiore della chiesa di San Carlo ad un pittore la cui qualità fosse all’altezza delle aspettative. Era stato quindi individuato proprio il pittore bolognese e si era deciso di chiedergli un’opera non ad affresco, da eseguire sul muro della chiesa, ma a tempera su tela, per avere gli stessi risultati che Franceschini aveva ottenuto con il quadro della chiesa di Santa Caterina a Bologna, lodato da tutti. Franceschini aveva chiesto quindi di poter lavorare con più agio nel suo studio a Bologna, visto che la tela può essere arrotolata e trasportata da Bologna a Modena una volta terminata. Per essere sicuri di riuscire a convincere l’artista è stato interpellato un conte, Onofrio Campori, al quale è stato affidato il compito di mediazione in tutto l’affare. Fin qui tutto bene: Franceschini aveva accettato senza riserve – per 2500 lire escluso il costo della tela chiunque avrebbe accettato – e aveva mandato un…

Piccole ragioni

“Perché?” è una di quelle domande che da sempre i più piccoli pongono con insistenza agli adulti che li circondano quando non sono soddisfatti delle loro risposte. Da lì, da…